Avvenire 26/02/1997
Padre Alex Zanotelli
di Roberto Beretta
Dal fondo della baraccopoli la denuncia di padre Zanotelli, alfiere degli "ultimi".
«Padre Alex». Nel «giro» missionario è quasi un mito, sia per le pungenti denunce di quand’era direttore di Nigrizia che per la scelta di andare – finita in burrasca la parentesi giornalistica – a condividere la vita dei diseredati di Korogocho, una delle bidonville che cerchiano Nairobi (Kenya).
Di certo, per il comboniano Alessandro Zanotelli si è spesso usata la categoria di «profeta», preferibilmente abbinata all'aggettivo «scomodo». E, in effetti, lui non ha mai lesinato - nei periodici tour che lo portano, richiestissimo, da un capo all'altro dello Stivale le accuse e talvolta le invettive contro l'«impero del denaro» e i suoi robusti tentacoli: le banche, le multinazionali, il debito estero, l’ordine mondiale che strangola i poveri. Dalla baracca di lamiera di Korogocho, padre Alex fa l'alfiere degli «ultimi» anche meglio di prima. E non sempre in accordo con gli stessi confratelli.
Padre Zanotelli, di recente lei ha criticato il "lusso" di certe case missionarie; un'osservazione cui alcuni confratelli hanno replicato: «Senza strutture non si aiutano nemmeno i poveri». Anche perché si tratta di mezzi - case, telefoni, auto - che utilizza lei stesso... Che cosa risponde?
«Prima di tutto vorrei precisare che, se c'è una cosa che non mi sento di fare, è quella di giudicare gli altri, siccome mi sento anch'io un povero peccatore. Quello che ho scritto e detto, però, lo sostengo di nuovo, perché lo ritengo importante. La mia denuncia partiva da un esempio del Madagascar: un prete che laggiù aveva visitato diverse case di religiosi (non ho parlato di missionari) mi ha riferito il suo profondo scandalo che davanti alla miseria imperante i religiosi si costruissero case con materiali importati dall'Italia. Ho poi condotto il discorso su Nairobi sostenendo che, di fronte ai due milioni di baraccati della città, vedere una serie di case belle e con giardini stupendi come quelle dei religiosi fa rimanere choccata moltissima gente. Se vogliamo essere religiosi, infatti, uno degli aspetti fondamentali è proprio la semplicità di vita e mi sembra che di testimonianza in tal senso non ne diamo se continuiamo a vivere nel paradiso terrestre (come io lo chiamo). Su questo non mi ricredo, perché è una constatazione che chiunque può fare. Quanto alle strutture: certo, ne abbiamo tutti bisogno. Bisogna però stare molto attenti: fino a che punto esse servono l'uomo e fino a che punto ci rendono prigionieri? E poi: noi siamo eredi dell'illuminismo e crediamo nello sviluppo illimitato; ma ormai Questo sogno è finito e occorre ripensare anche le strutture in vista di un futuro che non dev’essere quello degli europei e degli americani. Se tutti vivranno come noi, infatti a questo mondo nessuno potrà più vivere. Le strutture devono rispondere alle esigenze essenziali della gente, senza sollevare bisogni indotti».
Sull’uso del denaro nella chiesa si sono sviluppate le più opposte teorie. Una molto diffusa è che i soldi sono “neutri” e che la loro moralità dipende dall’uso. È d’accordo?
«Sostengo che la Chiesa, dopo i primi tre secoli, in questo ha purtroppo abbandonato la prassi evangelica. Ci sono quindi un sacco di cose da ripensare, soprattutto sul rapporto tra Vangelo ed economia. Quanto ai soldi, non li ritengo importanti in sé ma li includo nel contesto globale delle strutture: che toccano per esempio anche lo Stato o la legge... Io penso che tutte le potenze siano buone; ma sono decadute; ma sono redimibili. Dunque il denaro non è da demonizzare, perché se lo spezzi diventa pane, diventa Eucarestia; e questa mi sembra la prospettiva cristiana. Ma bisogna stare attenti: troppi credono di poter possedere a volontà, tanto loro sono distaccati... Storie!. Soprattutto in un mondo dove il denaro fa denaro (e su questo la Chiesa dovrà pur pronunciarsi un giorno), resta il pericolo di attaccarsi ai soldi».
Qualche suo confratello stima invece che esista un «carisma del denaro»: ovvero una capacità di far fruttare i talenti finanziari per far crescere il Regno di Dio. Che cosa risponde?
«Che ritengo immorale far fruttare soldi con soldi. Non è concepibile che solo spostando denaro da una parte all'altra si facciano miliardi: è un'operazione immorale e nessun bene può giustificarla. Affermazioni del genere sono molto pericolose».
Anche le teorie «pauperiste», che ricorrono spesso nella Chiesa, possono essere «pericolose», visto che il loro assolutismo sembra – oltre che irrealizzabile - pure poco evangelico. La povertà può diventare un «idolo»?
«La povertà, intesa come uno stile di vita il più semplice possibile (quella di Korogocho infatti non è povertà bensì miseria: ed è peccato) col quale poter realizzarsi come uomini, oggi è l'unica scelta possibile, se vogliamo avere un domani. Il tipo di sviluppo attuale, infatti, non ha futuro. La povertà, dunque, non solo non è un idolo, ma è l'unica virtù cui possiamo appellarci. Gandhi l’aveva capito, e prima di lui Gesù. I tempi forzeranno anche noi a capirlo, se vogliamo vivere. La ricchezza è un idolo, quella sì: perché nella società occidentale viviamo solo peri soldi, che sono pura idolatria. Il discorso evangelico è chiaro: la ricchezza, quando diventa accumulo di beni fine a se stesso, è idolatria. Non la povertà. A meno di concludere che Gesù era idolatra...» .
C'è qualche prete che teorizza l'illegittimità della proprietà privata o la condivisione «obbligatoria» dei beni: ma non crede che queste idee darebbero origine a un controllo totalitario molti peggiore dell'attuale ordine mondiale che lei contesta?
«Io contesto l'ordine mondiale fino in fondo, perché penso che sia un disordine che ci sta portando tutti alla morte. Poi, però, non ho nessuna ricetta in mente. Neanche il Vangelo costituisce una base per il futuro, contiene semmai dei germi e una forza che ci spinge a cercare modelli alternativi. Ma tutto il resto sono ideologie. Sulla proprietà privata, per esempio, se ne son dette di tutti i colori. La Chiesa, almeno a livello magisteriale, è stata abbastanza chiara: c'è una valenza sociale per ogni proprietà. Però questo principio non l'abbiamo assolutamente messo in pratica. Come fare, allora? Toccherà alla comunità, ai politici decidere».
Nelle sue denunce lei mette spesso nel mirino le banche: sono dunque loro il «nemico» morderno della Chiesa?
«Non c'è nessun "nemico". Neanche Reagan, che pure non potevo digerire, non è un "nemico" ma un fratello, prigioniero di un sistema come siamo tutti. Non accetto dunque la definizione di "nemico". Né le banche lo sono, anche se restano le depositarie dell'impero del denaro. Credo anzi che tutti quelli che vivono nel mondo della finanza abbiano enormi responsabilità e debbano essere aiutati a capire che, se il denaro non serve a tutti gli uomini, alla fine ci rende schiavi. Qui serve la metodologia non-violenta. Gli antinucleari cristiani americani, per esempio, salivano sui treni che trasportavano i missili per sedersi accanto al manovratore e chiedergli: "Fratello, ti rendi conto di ciò che fai?". Ecco la logica di Gesù: aiutare i fratelli, banchieri compresi, a capire che il sistema è sbagliato».
Non le sembra di battere troppo il chiodo economico? Far dipendere i destini del mondo solo da equilibri finanziari non indica una visione troppo materialista della vita?
«Insisto anche troppo poco sull'aspetto economico. È pura follia pensare che possiamo risolvere i problemi appellandoci ai capi di Stato. Oggi è l’economia che decide e i politici devono adeguarsi. E la Chiesa non ne ha ancora preso coscienza. Siamo fermi alla socialdemocrazia, pensiamo che con un governo buono e dei bravi cristiani al potere convertiremo la società. Dobbiamo invece capire che il cuore del Vangelo è l'economia e trasformare (Eucarestia in scelte economiche quotidiane, contro la schizofrenia dei credenti che adempiono il precetto ma poi - usciti di chiesa - è tutto un altro mondo. Ecco perché insisto: a tutti i livelli, anche nelle università pontificie, abbiamo bisogno di gente che studi economia. O cambia quello o non avverrà mai nulla».
Lei critica le strutture economiche della Chiesa: ma quale modello propone?
«Non sono né un economista né un esperto. Meno che meno ho in testa progetti concreti. La critica che faccio è la seguente: così com'è, la Chiesa appare a molti funzionale all'impero del denaro e non è altro che un segno di croce benedicente su questo sistema. Come cambiare, però, è tutto da decidere. Secondo me non ci sarà un cambiamento dall'alto, ma dal basso, dalla conversione dei cristiani. Il resto dev'essere inventato».
Proprio la Chiesa, tuttavia, ha insegnato nei secoli a milioni di uomini un corretto uso dei beni ed ha riequilibrato con la carità molte ingiustizie sociali. Come giudica la sua funzione oggi?
«La Chiesa è stata bravissima a fare la carità, e lo è anche oggi. Ma Hélder Câmara diceva: "Faccio la carità e tutti mi applaudono. Chiedo giustizia e mi si dice che sono un comunista". Il problema è lì: la Chiesa capisca che deve uscire dalla logica della pura carità (beninteso: ci dovranno essere sempre le persone come Madre Teresa: però poi non si venga a criticare chi s'impegna in politica o economia per cambiare le strutture, perché altrimenti ci troveremo sempre a dar da mangiare a chi muore di fame). Il Dio dell'Esodo libera il suo popolo, ma per un progetto. E Dio ha il sogno di un'economia di uguaglianza, che domanda una politica di giustizia, che richiede una religione libera, slegata dal sistema e che ascolta il grido delle vittime. Ecco il cuore dell'esperienza religiosa. Ed ecco il compito della Chiesa davanti alle statistiche sul crescendo pauroso della miseria».
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Saturday, June 7, 2008
Lettera di Jon Sobrino ad Ellacurìa
Caro Ellacu,
undici anni dopo il vostro martirio continuiamo ad aver bisogno di luci che ci diano "una ragione per vivere", come dice il motto della Uca. Questa lettera è, perciò, una specie di preghiera di intercessione. Ognuno saprà cosa chiedervi, ma secondo me di tre cose, tra le altre, abbiamo bisogno oggi per orientare il Paese e la Chiesa: impegno, speranza e serietà di fronte a Dio. Non ce n'è in abbondanza, e, quel che è peggio, non sembriamo preoccuparcene. Voi, sì, le avete vissute, e tu, inoltre, le hai pensate in profondità.
L'impegno serio con le maggioranze. Nell'ambiente di oggi non si respira quell'impegno di alcuni anni fa di quanti volevano sradicare l'ingiustizia, la repressione e la menzogna, e costruire il Regno di Dio. Cause giuste e nobili non mancano: che prosperino la verità, la giustizia, la riconciliazione. Ce ne sono alcune encomiabili, ma non è facile trovare molte persone e istituzioni che lavorino e si sacrifichino per queste cause. E ancora meno che lo facciano senza co
ndizioni e "fino alla fine".
Voi, sì, vi siete impegnati e tu lo hai ben teorizzato. Hai dato valore estremo all'impegno, poiché per essere umani, dicevi, bisogna "farsi carico della realtà" e "assumersene tutto il peso". E lo hai storicizzato con la massima radicalità: non bisogna impegnarsi per qualunque cosa, ma bisogna "rovesciare la storia". Molti non vogliono più ricordarti così, e del personaggio Ellacuría preferiscono ricordare e persino invocare la sua obiettività e il suo realismo - che furono ben tue -, ma non la profezia e l'utopia che hanno guidato il tuo impegno radicale con questo popolo. Nell'impegno per "rovesciare la storia" tu hai impegnato la vita e nell'impegno l'hai perduta.
Questo impegno serio e irremovibile, che non si muove secondo il vento che soffia, è quello di cui oggi abbiamo bisogno. Per quello, non esistono ragioni, in definitiva. Quello che muove sono esempi di lucidità, di audacia e di dedizione fino alla fine. Nel tuo testamento politico, il discorso di Barcellona del 6 novembre 1989, hai parlato, con la lucidità del realismo, della "necessità di creare modelli economici, politici e culturali che rendano possibile una civiltà del lavoro in sostituzione della civiltà del capitale". E hai parlato, con audacia e valore - la parresia paolina -, con parole che non si sentono più molto: "Quello che in altra occasione ho chiamato l'analisi coprostorica, cioè lo studio degli escrementi della nostra civiltà, sembra mostrare che questa civiltà è gravemente malata e che per evitare un esito fatidico e fatale è necessario cercare di cambia
rla dal di dentro".
Queste parole hanno oggi piena validità. Senza persone come voi è facile finire - in modo intellettuale e postmoderno, spero che non avvenga in nome di una religione - con l'accontentarci di ciò che ora dicono la Banca Mondiale e il Fondo Monetario, o, peggio ancora, come il sacerdote e il levita della parabola, cambiando strada per non vedere tutto un popolo prostrato, per non lavare le sue ferite e portarlo a un luogo sicuro. Con persone come voi è più facile deciderci per la salvezza di un popolo.
All'impegno univi la speranza. "Solo con l'utopia e la speranza si può credere e avere il coraggio di tentare insieme a tutti i poveri e gli oppressi del mondo di rovesciare la storia, sovvertirla e lanciarla in altra direzione". Bene, non si trova in abbondanza neppure questa speranza che muove al-l'impegno. Aneliti ve ne sono molti; ma speranze, poche, e non mancano ragioni per questo. È che la speranza, in definitiva, non vive di calcoli, ma della forza dell'amore. Ed è questo che - in pubblico e per dare forma alla società - quasi non si vede ai nostri giorni. Le conseguenze sono, da una parte, il disincanto: "non c'è soluzione", "è inutile"; e, dall'altra, la perdita di illusione nella prassi e nella vita: pare che resti solo il "si salvi chi può" o il camminare come trascinandosi lungo la vita.
Recuperare per il Paese la speranza e l'illusione è urgente. Ottenerli, di nuovo, non è questione solo di ragioni. Si ha bisogno di uomini e donne che veramente amino gli oppressi, si mettano dalla loro parte e li difendano, poiché questo è quello che continua a generare speranza anche oggi - altra cosa sono le aspettative, frutto di calcoli -, come l'ha generata Gesù. "Non ogni vita è occasione di speranza, ma lo è la vita di Gesù che, per amore, ha preso su di sé la croce".
Ellacu, voi siete stati persone di speranza e avete dato speranza a molta altra gente. Nel tuo ultimo articolo, "Utopia e profetismo", il tuo testamento teologico, termini citando quegli uomini nuovi che "continuano ad annunciare fermamente, per quanto sempre nell'oscurità, un futuro sempre più grande, perché al di là dei successivi futuri storici si intravede il Dio salvatore, il Dio liberatore". Parole come queste, persone che sappiano dirle e, soprattutto, che sappiano viverle è quello che mantiene la speranza e l'illusione.
Per ultimo, Dio. "Si intravede il Dio liberatore", dici. Semplice, per quanto sempre difficile, e necessaria confessione di Dio. Semplice perché il Dio liberatore è il Dio della Scrittura, il Dio dei poveri. Difficile, perché Dio continua ad essere mistero ineffabile e non manipolabile, incomprensibile anche, di fronte alla presenza dell'aberrazione e della barbarie nella sua creazione. Ed oggi bisogna sottolineare che la confessione non di qualunque Dio, ma di un Dio liberatore, è molto necessaria. Ci troviamo di fronte l'antica civil religion, di società capitaliste, ma anche nelle Chiese: una forte tendenza a trivializzare Dio, a infantilizzare la religiosità e ad evaporare la spiritualità fino a trasformarla in spiritualismo terapeutico, disincarnato e inoffensivo. In mezzo a tanta religiosità televisiva e radiofonica, a tante apparizioni e guarigioni, in mezzo a stadi che si riempiono di canti e applausi, in mezzo a tante processioni e giubilei, cosa resta, Ellacu, nella Chiesa del Dio liberatore? Cosa resta del Dio di Osea e Geremia: "praticare la giustizia, non significa questo conoscermi?". Cosa resta del Dio di Gesù, attivo e potente nella resurrezione, ma anche solidale e silenzioso nella croce, trascendente e diverso da ciò che è di questo mondo, ma anche giudizio per questo mondo? Credo, Ellacu, che bisogna tornare alla serietà di fronte a Dio.
E da questa serietà, sì, possiamo implorare il "mostraci il tuo volto" perché Dio riempia di gioia e di beatitudine anche il cuore umano. La contemplazione del volto di Dio continua ad essere centrale e umanizzante per gli esseri umani, ma tutto dipende dal fatto se lo contempliamo o no con serietà. Seguendo sant'Ignazio, grande guida tua e di tutti i martiri della Uca, hai insistito sul fatto che la contemplazione di Dio avvenga nell'azione: "contemplazione nell'azione". Ma dalla tua incorruttibile onorabilità rispetto al reale e dalla tua incondizionata difesa dell'oppresso, hai insistito nello storicizzare questa intuizione ignaziana con precisione. Bisogna contemplare non in qualunque azione, ma nell'"azione per la giustizia".
Ellacu, oggi l'impegno, l'illusione, la serietà di fronte a Dio non hanno molto vento a favore. E tuttavia è questo ciò di cui abbiamo bisogno nella Chiesa e nel Paese, nella Uca e nella Compagnia, per difendere i poveri di sempre, per costruire la mensa condivisa, per arrivare ad essere famiglia umana e così umanizzare questo mondo. Al di là delle novità di ogni epoca, questa è sempre la volontà di Dio. Facendo questo seguiamo Gesù e - usando le parole del tuo maestro Zubiri - ci deifichiamo un poco, ci facciamo figli e figlie nel Figlio, ci rendiamo simili a Gesù. Vivremo nella fede, che è ciò che indica la serietà di fronte a Dio, nella speranza, che è ciò che indica l'illusione, e nella carità, che è ciò che indica l'impegno.Per essere e fare tutto ciò non bastano ragioni, argomenti, esegesi di testi. Ma voi sì siete una ragione per vivere, per impegnarci, per conservare l'illusione e perché viviamo di fronte a Dio con serietà e fiducia.
Ellacu, e martiri tutti, grazie e aiutateci.
Jon
undici anni dopo il vostro martirio continuiamo ad aver bisogno di luci che ci diano "una ragione per vivere", come dice il motto della Uca. Questa lettera è, perciò, una specie di preghiera di intercessione. Ognuno saprà cosa chiedervi, ma secondo me di tre cose, tra le altre, abbiamo bisogno oggi per orientare il Paese e la Chiesa: impegno, speranza e serietà di fronte a Dio. Non ce n'è in abbondanza, e, quel che è peggio, non sembriamo preoccuparcene. Voi, sì, le avete vissute, e tu, inoltre, le hai pensate in profondità.
L'impegno serio con le maggioranze. Nell'ambiente di oggi non si respira quell'impegno di alcuni anni fa di quanti volevano sradicare l'ingiustizia, la repressione e la menzogna, e costruire il Regno di Dio. Cause giuste e nobili non mancano: che prosperino la verità, la giustizia, la riconciliazione. Ce ne sono alcune encomiabili, ma non è facile trovare molte persone e istituzioni che lavorino e si sacrifichino per queste cause. E ancora meno che lo facciano senza co
ndizioni e "fino alla fine".Voi, sì, vi siete impegnati e tu lo hai ben teorizzato. Hai dato valore estremo all'impegno, poiché per essere umani, dicevi, bisogna "farsi carico della realtà" e "assumersene tutto il peso". E lo hai storicizzato con la massima radicalità: non bisogna impegnarsi per qualunque cosa, ma bisogna "rovesciare la storia". Molti non vogliono più ricordarti così, e del personaggio Ellacuría preferiscono ricordare e persino invocare la sua obiettività e il suo realismo - che furono ben tue -, ma non la profezia e l'utopia che hanno guidato il tuo impegno radicale con questo popolo. Nell'impegno per "rovesciare la storia" tu hai impegnato la vita e nell'impegno l'hai perduta.
Questo impegno serio e irremovibile, che non si muove secondo il vento che soffia, è quello di cui oggi abbiamo bisogno. Per quello, non esistono ragioni, in definitiva. Quello che muove sono esempi di lucidità, di audacia e di dedizione fino alla fine. Nel tuo testamento politico, il discorso di Barcellona del 6 novembre 1989, hai parlato, con la lucidità del realismo, della "necessità di creare modelli economici, politici e culturali che rendano possibile una civiltà del lavoro in sostituzione della civiltà del capitale". E hai parlato, con audacia e valore - la parresia paolina -, con parole che non si sentono più molto: "Quello che in altra occasione ho chiamato l'analisi coprostorica, cioè lo studio degli escrementi della nostra civiltà, sembra mostrare che questa civiltà è gravemente malata e che per evitare un esito fatidico e fatale è necessario cercare di cambia
rla dal di dentro".Queste parole hanno oggi piena validità. Senza persone come voi è facile finire - in modo intellettuale e postmoderno, spero che non avvenga in nome di una religione - con l'accontentarci di ciò che ora dicono la Banca Mondiale e il Fondo Monetario, o, peggio ancora, come il sacerdote e il levita della parabola, cambiando strada per non vedere tutto un popolo prostrato, per non lavare le sue ferite e portarlo a un luogo sicuro. Con persone come voi è più facile deciderci per la salvezza di un popolo.
All'impegno univi la speranza. "Solo con l'utopia e la speranza si può credere e avere il coraggio di tentare insieme a tutti i poveri e gli oppressi del mondo di rovesciare la storia, sovvertirla e lanciarla in altra direzione". Bene, non si trova in abbondanza neppure questa speranza che muove al-l'impegno. Aneliti ve ne sono molti; ma speranze, poche, e non mancano ragioni per questo. È che la speranza, in definitiva, non vive di calcoli, ma della forza dell'amore. Ed è questo che - in pubblico e per dare forma alla società - quasi non si vede ai nostri giorni. Le conseguenze sono, da una parte, il disincanto: "non c'è soluzione", "è inutile"; e, dall'altra, la perdita di illusione nella prassi e nella vita: pare che resti solo il "si salvi chi può" o il camminare come trascinandosi lungo la vita.
Recuperare per il Paese la speranza e l'illusione è urgente. Ottenerli, di nuovo, non è questione solo di ragioni. Si ha bisogno di uomini e donne che veramente amino gli oppressi, si mettano dalla loro parte e li difendano, poiché questo è quello che continua a generare speranza anche oggi - altra cosa sono le aspettative, frutto di calcoli -, come l'ha generata Gesù. "Non ogni vita è occasione di speranza, ma lo è la vita di Gesù che, per amore, ha preso su di sé la croce".
Ellacu, voi siete stati persone di speranza e avete dato speranza a molta altra gente. Nel tuo ultimo articolo, "Utopia e profetismo", il tuo testamento teologico, termini citando quegli uomini nuovi che "continuano ad annunciare fermamente, per quanto sempre nell'oscurità, un futuro sempre più grande, perché al di là dei successivi futuri storici si intravede il Dio salvatore, il Dio liberatore". Parole come queste, persone che sappiano dirle e, soprattutto, che sappiano viverle è quello che mantiene la speranza e l'illusione.
Per ultimo, Dio. "Si intravede il Dio liberatore", dici. Semplice, per quanto sempre difficile, e necessaria confessione di Dio. Semplice perché il Dio liberatore è il Dio della Scrittura, il Dio dei poveri. Difficile, perché Dio continua ad essere mistero ineffabile e non manipolabile, incomprensibile anche, di fronte alla presenza dell'aberrazione e della barbarie nella sua creazione. Ed oggi bisogna sottolineare che la confessione non di qualunque Dio, ma di un Dio liberatore, è molto necessaria. Ci troviamo di fronte l'antica civil religion, di società capitaliste, ma anche nelle Chiese: una forte tendenza a trivializzare Dio, a infantilizzare la religiosità e ad evaporare la spiritualità fino a trasformarla in spiritualismo terapeutico, disincarnato e inoffensivo. In mezzo a tanta religiosità televisiva e radiofonica, a tante apparizioni e guarigioni, in mezzo a stadi che si riempiono di canti e applausi, in mezzo a tante processioni e giubilei, cosa resta, Ellacu, nella Chiesa del Dio liberatore? Cosa resta del Dio di Osea e Geremia: "praticare la giustizia, non significa questo conoscermi?". Cosa resta del Dio di Gesù, attivo e potente nella resurrezione, ma anche solidale e silenzioso nella croce, trascendente e diverso da ciò che è di questo mondo, ma anche giudizio per questo mondo? Credo, Ellacu, che bisogna tornare alla serietà di fronte a Dio.
E da questa serietà, sì, possiamo implorare il "mostraci il tuo volto" perché Dio riempia di gioia e di beatitudine anche il cuore umano. La contemplazione del volto di Dio continua ad essere centrale e umanizzante per gli esseri umani, ma tutto dipende dal fatto se lo contempliamo o no con serietà. Seguendo sant'Ignazio, grande guida tua e di tutti i martiri della Uca, hai insistito sul fatto che la contemplazione di Dio avvenga nell'azione: "contemplazione nell'azione". Ma dalla tua incorruttibile onorabilità rispetto al reale e dalla tua incondizionata difesa dell'oppresso, hai insistito nello storicizzare questa intuizione ignaziana con precisione. Bisogna contemplare non in qualunque azione, ma nell'"azione per la giustizia".
Ellacu, oggi l'impegno, l'illusione, la serietà di fronte a Dio non hanno molto vento a favore. E tuttavia è questo ciò di cui abbiamo bisogno nella Chiesa e nel Paese, nella Uca e nella Compagnia, per difendere i poveri di sempre, per costruire la mensa condivisa, per arrivare ad essere famiglia umana e così umanizzare questo mondo. Al di là delle novità di ogni epoca, questa è sempre la volontà di Dio. Facendo questo seguiamo Gesù e - usando le parole del tuo maestro Zubiri - ci deifichiamo un poco, ci facciamo figli e figlie nel Figlio, ci rendiamo simili a Gesù. Vivremo nella fede, che è ciò che indica la serietà di fronte a Dio, nella speranza, che è ciò che indica l'illusione, e nella carità, che è ciò che indica l'impegno.Per essere e fare tutto ciò non bastano ragioni, argomenti, esegesi di testi. Ma voi sì siete una ragione per vivere, per impegnarci, per conservare l'illusione e perché viviamo di fronte a Dio con serietà e fiducia.
Ellacu, e martiri tutti, grazie e aiutateci.
Jon
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